E SEI DI CASA CON HOUSE TRAVELLING

“Valyum”: l’artista dei tatuaggi acquerellati

Il quartiere Poggioreale non è sicuramente rinomato per la bellezza paesaggistica, ciò non esclude la possibilità di trovare alcuni esempi di orgoglio: tutti sapranno che è sede del celebre e omonimo carcere, ma sfugge ai più che ci siano state bellezze come la villa di Poggioreale, tra i più importanti edifici del Rinascimento napoletano, e sulle cui rovine è stato costruito il principale cimitero di Napoli.

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Tra le vie del quartiere e della zona industriale ritroviamo le storie di tutti i giorni, sacrifici affrontati o fortune ricevute, di chi ha deciso di cominciare un’attività proprio da quelle strade polverose.

Valeria Iacchetti, detta Valyum – non “andate in ansia”, il soprannome si riferisce alla tranquillità che è in grado di trasmettervi -, è uno dei volti che si può incrociare dietro le vetrine dei negozi del quartiere: capelli corti e faccia sveglia, sono i suoi occhi neri e profondi che mi accolgono nella sala d’attesa del suo laboratorio di tatuaggi. Sulle pareti, appese, delle cornici con i suoi lavori che vanno dall’astratto alle icone e ai simbolismi napoletani.

img_7228Fra un caffè offerto e una chiacchiera d’esordio, Valeria comincia a parlarmi del suo lavoro e dalla singolarità da cui è nata la passione per i tatuaggi.

«Partecipando a un corso di abilitazione per tatuatori ho conosciuto un costruttore di macchinette per tatuaggi che aveva un’azienda napoletana. Quindi ho iniziato a costruire prima le macchinette, diciamo che ho iniziato prima da “tecnico”, e poi ho cominciato a tatuare. Figurati che io continuo a farlo con la prima macchinetta che ho costruito personalmente, cominciando da autodidatta senza aver frequentato l’accademia o altro».

Ci confessa che seguiva i corsi universitari di Veterinaria, ma poi ha abbandonato la carriera accademica per seguire l’istinto, girando diverse scuole di tatuatori in Campania facendo la proverbiale gavetta e maturando la sua tecnica.

«Il mio stile è quello acquerellato e del disegno grafico, ma con me collaborano diversi tatuatori: precisamente ne siamo in tre, più un piercer. Prima di essere colleghi, siamo amici. Per i piercing si viene su appuntamento, mentre per i tatuaggi c’è un ragazzo sudamericano che fa old school, e un altro ragazzo che fa realismo e new traditional. Non vi dico quanto tempo ho impiegato a far capire che “acquerellato” non sono “macchie di colore” – sorride divertita – come alcuni lo definivano, ma una vera e propria arte molto più ardua da riprodurre su pelle. Non sono tutte uguali e bisogna approcciarsi diversamente a seconda della persona che hai davanti, e le tonalità di alcuni colori vengono studiate in base alla pelle del cliente».

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A quel punto le chiedo come reagirebbe a una richiesta di acquerellato alla vecchia maniera, tipo “MVM: Mamma Vita Mia”.

«Puoi capire che in una zona del genere, sono state tante le richieste di cuori sacri o di tatuaggi “Poggioreale style”, ma piano piano le persone mi hanno dato fiducia. Tatuaggi del genere rivisitati con lo stile old school diventano molto belli. E considera che qui vengono sia diciottenni che papà e mamme di cinquanta o sessant’anni».

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Eppure il mio sguardo viene catturato da un cartello con su scritto «tua madre ci odia!».

«Eh sì, non tutte le mamme vogliono tatuarsi e la gran parte di loro non vorrebbe che i figli s’imbrattassero la pelle. Nel mio caso, però, è più mio padre che ancora oggi mi fa un po’ di storie. Finché sono cose piccoline, può anche passare, ma è normale che se ti si presenta a casa un figlio con una tigre sul collo o con un teschio è un impatto differente. Considera che la cultura del tatuaggio non è ancora diffusa come a Londra o Berlino, anche se negli ultimi anni le cose sono un po’ cambiate. È capitato che qualche volta mi sono rifiutata di fare un tatuaggio o comunque ho chiesto svariate volte se il cliente fosse sicuro di quello che stesse facendo. Una volta mi capitò un ragazzino che aveva appena diciotto anni e voleva farsi tatuare la faccia del Duce: puoi mai avere una determinata maturità per capire certe ideologie? A quell’età, non credo proprio».

Incuriosito le chiedo se c’è un qualche modo per diffondere questa cultura oppure se c’è un qualche evento di aggregazione per mostrare alle persone il mondo dei tatuaggi.

«Al momento dalle nostre parti c’è il Birrificio Flegreo ai Campi Flegrei e il Volver Cafè del centro storico di Napoli che organizzano serate di live painting. Poi l’anno prossimo parteciperemo alle fiere di Bologna, La Spezia, Lucca e forse Napoli. Se ci riusciamo anche Barcellona, ma bisogna vedere. Il bello è che in queste occasioni possono nascere collaborazioni esterne, confronti con altri tatuatori più esperti e poi queste manifestazioni danno molta visibilità».

La musica reggae leggera fa da sottofondo alla chiacchierata. Tra una battuta e una risata, noto due tatuaggi sull’avambraccio, Dexter e Sheldon, tra i più rappresentativi personaggi delle serie televisive degli ultimi anni; si parla del più e del meno, delle personalità di quei due protagonisti. Eppure la mia curiosità è un’altra, sapere se ci sono stati tatuaggi nascosti, che hanno avuto un carico di significati particolare per lei.

Dei secondi trascorrono silenziosi e Valeria solleva gli occhi al soffitto. È il suo modo di pensarci su oppure di trovare la risposta più sincera.

«C’è stato quello fatto a mia sorella per la nascita di mia nipote. Mi sono sentita coinvolta emotivamente ed è stato un acquerellato molto studiato, anche per via della storia particolare che c’era dietro. Un altro è stato un tatuaggio di un ragazzo estremamente sfortunato che si fece tatuare un cuore trafitto, cosa che a sentirla potrebbe far storcere il naso ma che per lui aveva un significato profondo. Ha avuto una storia molto brutta alle spalle e lì si creò un’empatia tra il cliente e il tatuatore, una specie di legame d’affetto anche se il soggetto non ti esalta. Dopo un po’ di tempo è anche ripassato e mi ha confessato che il tatuaggio lo ha aiutato molto».

Ma da buon ficcanaso, la mia incursione nella vita di Valeria si fa più sfrontata. È di lei che voglio sapere di più, se c’è un suo tatuaggio “preferito” fatto su se stessa. Senza pensarci troppo, stavolta, ha subito la risposta pronta.

«Ho un cuore e un cervello tatuato sulla coscia: sotto al cuore c’è scritto “pensa” e sotto al cervello “ama”. È stato il mio primo tatuaggio, fatto sulla mia pelle ed è stato molto sofferto. E ti dirò, anche se imperfetto è un tatuaggio che non cancellerò mai».

Valeria Iacchetti, tatuatrice dagli occhi neri e profondi finisce così la sua intervista, a metà tra l’allusione a un qualcosa e la dimostrazione del suo temperamento deciso.

Ci salutiamo dopo quest’ultima frase, stringendoci la mano e con l’augurio di rivederci presto, chissà magari nelle vesti di cliente. Uscito fuori in strada, proseguono le domande a me stesso, prima che si dissolvano nella vacuità delle azioni quotidiane. Cosa volesse sottolineare quel suo «mai» non ci è dato sapere, però di una cosa sono certo: quali che siano state le sue sofferenze, quali che siano stati i suoi sacrifici, è stato bello vederla armeggiare con la matita su di un foglio, essere ospitato nel suo laboratorio, leggere in quegli occhi neri la soddisfazione di tutto quello realizzato e che nessuno potrà sottrarle mai.

Come quei ricordi, ancora vividi, legati al suo primo tatuaggio.

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