E SEI DI CASA CON HOUSE TRAVELLING

Sergio e Teresa Cervo: gli artisti che plasmano le ideologie il laboratorio

Sergio e Teresa Cervo: gli artisti che plasmano le ideologie

Vico San Domenico Maggiore è un capillare dove si transita quando ci si aggira per il centro storico di Napoli. Acciottolata e riservata, questa viuzza è punteggiata da botteghe di artigiani, coloro che hanno scelto la produzione manuale e autonoma rispetto a quella di massa e aziendale. Dietro una porta anonima di ferro scuro si cela una delle tante meraviglie inattese che gli angoli della città sa regalare ai passanti distratti e a quelli più attenti: è la casa-atelier di Sergio e Teresa Cervo, due artisti che da tempo immemore condividono, oltre che la passione per l’artigianalità, un percorso fatto d’amore dell’uno verso l’altra e di nostalgici ideali sempre più accantonati nel periodo storico attuale.

Appena metto piede nella stanza mi faccio largo tra statuette plasmate con carta e tessuti, bambole senza occhi dalle acconciature tondeggianti e sculture variopinte intrecciate con filamenti di ferro lavorato. In questo basso fiabesco, a capo chino su una nuova opera, c’è Teresa che mi accoglie come un cliente spaesato, senza sapere che sono lì proprio per lei, e una volta rivelata la mia identità cerca di farmi un po’ di spazio tra quelli che di lì a poco scoprirò essere i suoi lavori.

«Ho iniziato nel lontano 1977, o meglio abbiamo iniziato io e mio marito Sergio. Avevamo una bottega del cuoio com’era solito a quei tempi, ma più giù a via Mezzocannone, e abbiamo vissuto lì fino al 2004 con quello che le nostre mani producevano. A suo tempo facevamo borse, bauli e fodere per strumenti musicali, con un cuoio a forte spessore, tinte a mano a tampone e poi bucate e cucite a mano. Una faticaccia! Però creavi dei pezzi eterni. Ci volevano un paio di mesi, ma la soddisfazione alla fine era enorme».

Nel 2004, dopo aver maneggiato molti materiali e avendo scelto di non lanciarsi nell’imprenditoria come avevano fatto in molti, c’è stata la svolta: misurarsi nel campo artistico e non in qualcosa di “artigianato utile”, sebbene di pregevole fattura.

«A cinquant’anni mi sono detta “Terè, ma per quanto tempo lo potrai fare ancora?” e così ci siamo indirizzati verso una cosa che ci piacesse, e tutt’e due abbiamo sposato questo progetto. E poi, un anno fa, ho deciso di uscire fuori dalla dimensione privata con il desiderio di confrontarmi con il mondo artistico».

Gli argomenti sono tanti e Teresa è un fiume in piena. Tante le cose da dire, tanti i temi che trasversalmente vengono toccati, dalla politica al post-ideologico, ai malesseri generazionali di ieri e di oggi, per poi ritornare sulle proprie opere artistiche.

Cervo9«Questo che vedi, Mauro, è il mio mondo, mentre Sergio è il mondo di giù, in uno spazio sotterraneo a metà strada tra la Cappella di Sansevero e la Basilica di San Domenico Maggiore. Qui realizzo quelli che io chiamo “mostri che non fanno paura”, al contrario di Sergio che crea opere dolorose, derivate dall’interpretazione del mondo che lo circonda. Alcuni dei miei “mostri buoni” sono amorfi, con delle dita lunghe e affusolate, un connotato allusivo alle nuove generazioni che verranno accompagnati da loro: allo stesso tempo però è come se i bambini trasportati da questi mostri li traghettassero a loro volta verso il futuro».

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A quel punto faccio un parallelismo con lo Studio Ghibli. Quelle figure mi ricordano molto alcuni personaggi del più importante studio d’animazione nipponico, famoso proprio per temi importanti come l’antimilitarismo e il pacifismo che caratterizzano le proprie pellicole. In particolare ci sono dei pupi, da me così soprannominati, con dei nasi grossi che mi riportano ai film di Hayao Miyazaki.

Cervo6«Queste si chiamano “quando ti sposi ‘a zia?’ e rappresentano un po’ quelle zie ficcanaso che quando ti incrociano ti chiedono sempre tutto, quando ti sposi, quando ti laurei, e quando fai questo e quando fai quello. Sono uno dei mostri realmente viventi che tutti abbiamo incontrato».

A quel punto Teresa decide di portarmi nei sotterranei, nel profondo mondo di Sergio. Usciamo in strada ed entriamo in un’apertura, una grata che fiancheggia la porta della bottega.

Dopo la discesa nell’umido cunicolo, vedo un uomo barbuto con un cappelluccio in testa che ci sorride affabile e con le mani impastate in carte imbevute di colla. Anche Sergio è orgoglioso della sua galleria sotterranea e nelle sue iridi posso rivedere lo stesso fuoco della moglie. L’uomo mi porta nei meandri del suo mondo, corridoi umidi dalle stanze piene di opere polimateriche e sculture, quelle stesse stanze che, mi confessa, fino a qualche anno prima erano cisterne piene di spazzatura.

In una sala più grande mi mostra una delle opere a cui è particolarmente affezionato, ‘Il Bestiario’ caratterizzato da sagome zoomorfe: una giraffa che ingoia la luna, i cavalli e Don Chisciotte, tutto ha l’apparenza di un presepe fatto di cuoio, bulloni fissati a pezzi di ferro senza vita. Un’opera d’arte povera e concettuale, sull’oramai eterogeneità umana tra bestie che diventano uomini e gli uni che si tramutano negli altri.

Sergio e Teresa Cervo: gli artisti che plasmano le ideologie il laboratorio
Tra una chiacchiera e l’altra con Teresa è come attraversare nelle diverse stanze altrettante fasi del tempo, parlando di dinamiche sociali sul proprio vissuto e sul concetto di territorialità. Sergio ci abbandona – chissà quante volte tra loro si saranno fatti una capa tanta su queste cose – e la passeggiata per quel museo interrato prosegue piacevolmente tra un’invettiva a qualcuno e lo svelamento di sculture nascoste nello spazio successivo. Si parla del fine dell’opera d’arte, del significato diverso che può assumere sulla base delle altrettante personalità, ma su una cosa Teresa è sicura e lo si scorge dal fervore con cui ne parla: la bellezza e il suo impiego nella società.

 

«Non c’è niente di più rivoluzionario della bellezza e se tu come artista riesci a smuovere quello che dentro è sedato, hai compiuto un gesto rivoluzionario».

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Per quanto piacevole possa essere parlare con Teresa e Sergio, c’è un punto in cui le lancette dell’orologio – che hanno superato di gran lunga il tempo prefissato per l’intervista – reclamano il mio ritorno alla realtà a cui non posso più sottrarmi.

Saluto affettuosamente i coniugi Cervo e mi complimento sinceramente per avermi accompagnato nel viaggio fugace in quei due mondi, quello di Teresa e quello di Sergio, il quale si congeda ridacchiando e dicendomi «quando vuoi, qua stiamo!».

Risalgo le scale e sono in strada. Di nuovo. Cammino sull’acciottolato come se ci mancassi da qualche mese, intontito dalla riemersione da quel microcosmo fatto di speranze, sensazioni ed emozioni di una vita. E mentre scendo da piazza San Domenico Maggiore, emozionato dall’imponente obelisco barocco e sentendomi un po’ lo Jep Gambardella di House Travelling, ci pensa un ambulante a riportarmi con i piedi per terra: vuole vendermi degli accendini «pe s’accattà ‘nu cafè» ma gli spiego subito che non essendo fumatore di quella cosa n
on me ne faccio un ben niente. Il sole bagna la facciata esterna della basilica avvisandomi che l’ora di pranzo è giunta. È tempo di spegnere il cervello e andare a mangiare, ma non senza rivolgere un ultimo pensiero a Teresa e Sergio Cervo: la donna del mondo di sopra, l’uomo del mondo di sotto.

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