E SEI DI CASA CON HOUSE TRAVELLING

La baia di Posillipo e la leggenda del Palazzo Donn'Anna

Luglio è arrivato e ‘o càver’ è assai.

Girate per casa e scorre sudore dalla fronte, andate in bagno e il rubinetto perde acqua, accendete la televisione e in una réclame ci sta una donna seminuda su una spiaggia più bianca della vostra faccia, sicché per distrarvi vi cucinate un piatto di pasta ma è salata: i segni sono inconfondibili. Dovete andare al mare.

Trotterellando per la parte collinare di Napoli, Posillipo, sono tante le stradine da prendere per giungere alle spiagge: qua c’è Marechiaro, là si scende per Il parco sommerso di Gaiola (qui l’articolo che gli ho dedicato) e di qua si va per Riva Fiorita. Tra i diversi lidi della baia si frappone un palazzo nobiliare antico, arroccato su di un basamento tufaceo immerso nel mare e levigato da quest’ultimo.

 

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È il leggendario Palazzo Donn’Anna, che si mostra con aria fantasmatica come se da un momento all’altro, chiudendo e aprendo gli occhi, possa scomparire e riapparire l’attimo dopo: arcate e finestre sagomano la facciata dell’antico palazzo donandogli vita e creando dei visi fatti di bocche contratte e occhi scrutanti. Per quanta meraviglia possa suscitarvi, questi cela in realtà dei tetri segreti tramandatisi nella memoria popolare.

Penserete «ma noi un bagno ci volevamo fare, mò ce ne ritorniamo a casa!». Nossignore, non preoccupatevi, buttatevi in acqua e state a sentire.

Palazzo Donn’Anna fu costruito su un edificio preesistente chiamato La Serena e di proprietà di Dragonetto Bonifacio, nobile dell’epoca, nominato marchese dall’imperatore Carlo. Non sto qui a farvi l’elenco degli inquilini del palazzo nobiliare, fatto sta che già qualche tempo prima esso era abitato, o meglio frequentato, dalla regina Giovanna di Napoli avvezza, almeno così vuole la credenza popolare, a usanze lascive (qui un articolo scritto per lei): si dice che la donna avesse l’abitudine di fare il pari e il dispari per scegliere gli uomini più belli del suo regno, li circuisse e se ne disfacesse. In realtà, leggenda vuole che la regina avesse fatto costruire l’edificio appositamente sul colle di Posillipo lontano da occhi indiscreti chiamandolo Villa delle Sirene, facendo realizzare entrate segrete, attracchi direttamente dal mare e botole nascoste per far scapezzare – morire – i suoi amanti. In particolare, questa triste sorte toccò a Beppe, uomo di estrema bellezza e all’epoca famoso nel suo giro per essere l’Antonio Zequila dei pescatori: da allora il tormento della sua fidanzata Stella si tramutò in un anatema che colpì la regina e tutti coloro che si apprestarono ad abitare nella residenza nobiliare.

Sto palazzo, penserete, una volta chiamato Serena, un’altra Sirena, ma da dove proviene Donn’Anna? E mò vi spiego.

3.palazzo-donnannaDopo il bestemmione lanciato dalla povera Stella, qualche secolo dopo, negli anni trenta del 1600 la villa divenne di proprietà di Anna Carafa nobile italiana e moglie del viceré e politico spagnolo Ramiro Núnez de Guzmán, la quale, vista la malaparata, decise far demolire la villa e farla ricostruire dal più grande architetto dell’epoca, Cosimo Fanzago, col nome di Palazzo Donn’Anna. Per chi leggesse una nota di egocentrismo in questa cosa legge bene, dato che la proprietaria era conosciuta per i suoi sfarzosi ricevimenti nei quali invitava nobiltà spagnola e napoletana per fare sfoggio della sua vanità. Fu proprio in un’occasione come questa che nacque la leggenda e, come nelle migliori stagioni di Beautiful, originò da un appìccico tra femmine.

Per intrattenere i convenuti, quella sera fu organizzato uno spettacolo teatrale, una commedia che narrava le vicende di una schiava innamorata del suo padrone interpretati da Donna Mercedes de Las Torres e Gaetano di Casapesenna, rispettivamente la nipote e l’amante segreto di Anna Carafa. L’epilogo della messa in scena fu un tripudio di baci e abbracci tra i due, e in quel momento i più maliziosi lanciarono sguardi di cazzimmosa allusione verso la proprietaria che già di suo si fece rossa lucifero e le si gonfiò una vena sulla fronte grossa quanto il collo.

Apriti cielo. Anna e Mercedes avrebbero voluto scannarsi, prendersi per i capelli e farsi lo strascino come a nobil donne si conviene, invece Anna pazientò e come la vendicativa Cersei Lannister, in un vedo e non vedo, fece scomparire la nipote. Si disse che Mercedes avesse preso i voti e fosse diventata monaca, chi invece disse che era fuggita, ma una cosa fu sicura: nessuno più la rivide. Gaetano la cercò per mari e per monti però non ci fu verso di ritrovarla e, inoltre, questi morì pure giovane in battaglia finendo cornuto e mazziato. Anna Carafa terminò i suoi giorni logorata dal suo egoismo e dalla gelosia, chiusa tra le lugubri mura del Palazzo Donn’Anna.

Da allora sul palazzo si è posato il drappo del mito e in molti pensano che i fantasmi di tutti gli amanti uccisi, delle nobili donne e di tutti coloro morti prematuramente, vaghino per le stanze vuote dell’edificio nella vacua ricerca di non si sa cosa.

Che poi, cosa facciano i fantasmi inquieti dietro quei grossi finestroni, non saprei dirlo, ma a voi non deve importare più di tanto: ‘o càver’ ‘e assai e dovete rilassarvi nell’acqua salata e, se si affaccia qualcuno dalle vetrate scure, voi fate finta di niente e buttatevi a capa sotto.

Nelle questioni di corna è meglio farsi i fatti propri.

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