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Nas’ ‘e cane: la storia del Borgo Santa Lucia e dei suoi barcaioli

Qualche giorno fa passeggiavo per via Caracciolo, sul lungomare di Napoli. Il sole era alto e faceva caldo ma, per fortuna, un vento fresco aveva addolcito la calura asfissiante dei giorni precedenti. Il mare era una tabula rasa, interrotta di tanto in tanto da barche e scafi che lasciavano una scia schiumosa che si disperdeva pochi secondi dopo, e una nave mercantile color ruggine sostava poderosa in mezzo a quelle acque. Mi trovavo da quelle parti perché cercavo una delle tante istituzioni viventi della città.

Camminando camminando, mi ritrovo a Castel dell’Ovo e imboccando l’istmo che congiunge il lungomare con il castello, a metà strada, scendo una scaletta stretta tra due pareti spuntante sul porticciolo.

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Vincenzo Bianco “Nas’ ‘e cane” – foto di Mauro Oropallo

«Scusate, mi sapete dire dove trovo il proprietario dell’ormeggio Nas’ ‘e cane?». Un signore, senza troppo sforzarsi nel parlare, mi indica con l’indice un uomo sotto la quarantina, occhiali da sole specchiati e cappello di paglia in testa. È Vincenzo Bianco, Vicienz’ per i clienti, discendente di quarta generazione di barcaioli che risiedono lì e oramai divenuti tra i più famosi noleggiatori di lancette, barche a remi, di Napoli. Dopo una breve presentazione ci sediamo su due seggiole di plastica uno di fronte all’altro, sulla banchina impiastricciata di salsedine e di tutto quello che proviene dal mare. Mi racconta la storia della sua famiglia, della nascita dell’ormeggio risalente al 1890, quando Borgo Santa Lucia era a ridosso del mare e non esisteva ancora la colmata congiungente Borgo Marinari, Castel dell’Ovo e il lungomare. Tempi in cui il suo bisnonno diede vita all’attività che ancora oggi, dopo poco più di centovent’anni, Vincenzo conduce con passione e fatica da trentacinque anni, «da quando ero così» ci indica mettendo il palmo della mano stesa a un metro da terra.

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foto di Mauro Oropallo

La sua è una voce pacata, di quelle abituate a raccontare con semplicità la storia di una straordinaria testimonianza, prima familiare e poi di cittadino. Mentre parla non esita a interrompersi per chiedere a una passante «barca, signora?» e proprio in quel momento viene placata una delle mie più grandi curiosità, il perché del nome Nas’ ‘e cane. Oggi si parla e si chiede al cliente giunto all’ormeggio di voler noleggiare un gozzo, ma una volta non funzionava così. Borgo Santa Lucia e mare erano tutt’uno, non si aveva la banchina dove si aspettano i turisti, quindi ci si adoperava nella ricerca dei potenziali clienti, i quali venivano adocchiati in lontananza e “accalappiati per intuizione”. Il bisnonno di Enzo fiutava i passanti che avrebbero potuto salire sulla sua lancetta, quando questi si trovavano ancora distanti: aggia accusato si soleva dire all’epoca per indicare che quelli erano propri clienti, e il capostipite dei Bianco era un grande segugio, da ciò il nome Nas’ ‘e cane.

Lo scampanellìo proveniente dalle barche e il baluginare delle luci rifratte tra acqua e le vernici chiare delle lancette contornano il racconto senza tempo di Enzo, il quale ci confessa le grandi difficoltà vissute negli anni del contrabbando di sigarette, tra il 1975 e i primi anni 80. Gli scafi blu, i timori e rischi degli speronamenti alle barche e la riduzione della clientela di Santa Lucia, dovuta anche al maggiore benessere portato dal malaffare, diedero il bel da fare al nonno e al papà di Enzo: ciononostante continuarono la loro attività, il lavoro con cui erano cresciuti da una vita. Per fortuna oggi non ci si preoccupa più di questi problemi, inoltre grazie all’isola pedonale Vincenzo ha registrato un sensibile incremento di turisti. Il barcaiolo ammette che sono tra i più rappresentativi noleggiatori di barche a remi – e non gommoni a motore, tiene a specificare – vantando una “flotta” di venti lancette e, come tradizione marinara impone, ognuna col proprio nome: tra di esse figurano Totore Nas’ ‘e cane in memoria del bisnonno fondatore, ‘O Marinariell’ lancetta del nonno che ha più di ottant’anni e alla fine la vegliarda Sant’Antonio l’imbarcazione che ha più di cento anni. Sembra quasi di trovarsi di fronte a un enorme reliquiario galleggiante piuttosto che un ormeggio di barche, ma Enzo non si scompone essendo abituato quotidianamente a tutto questo.

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foto di Mauro Oropallo

«Quindi il prossimo a cui tramanderai gli antichi valori dei barcaioli sarà tuo figlio?» gli ho chiesto in maniera spontanea, ottenendone una risposta altrettanto sincera.

«Questo è un lavoro faticoso e sacrificato: si lavora dalla primavera fino a novembre e nei restanti mesi tiriamo a terra le barche per la manutenzione. Mio figlio adesso ha tre anni e, come ha fatto mio padre con me e i suoi predecessori con lui, fra qualche tempo comincerò a insegnargli questo mestiere. Se lo vuol fare, lo fa», dice un po’ preoccupato per il duro compito che gli spetterebbe. «Se vuole fare altro, sta a lui. Però questo è un mestiere che esiste da tanto, una tradizione familiare che si tramanda di padre in figlio» aggiungendo, per un’unica volta in tutta la nostra chiacchierata, una punta di orgoglio e speranza.

Enzo Bianco, Vicienz’, cappello di paglia in testa e occhiali da sole specchiati, mi saluta per ritornare a lavorare e io gli esprimo la mia gratitudine per avermi dedicato il suo tempo, e quello dei suoi ricordi.

Risalgo le scalette da dove sono arrivato e ritorno sui miei passi, riflettendo su cosa sarebbe Napoli senza le sue tradizioni e i tramandamenti di questi mestieri. Cammino rasente alla ringhiera e vedo dei bagnanti spaiati tra gli scogli e una banchina: da quest’ultima, dei criaturi si tuffano in acqua con un uomo anziano, forse il nonno, che li sta istruendo sul come “tuffarsi a pesce”.

Si rituffano, ridono.

L’acqua schizza, schiaffeggia gli scogli e le mie riflessioni.

Al di là della scelta del figlio di Enzo, penso che adesso è tempo di ritornare in ufficio e scrivere qualcosa sulla storia dei barcaioli Bianco e del suo capostipite Nas’ ‘e cane.

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