E SEI DI CASA CON HOUSE TRAVELLING

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Il pranzo di Natale e l’esercito dei Parenti

Parlare del Natale già in generale è un compito difficile, descrivere quello napoletano è un’impresa titanica, datosi che nel periodo delle festività tutto assume dei toni iperrealistici. Specie nel famigerato pranzo di Natale. Perché? Mah, il motivo forse è da ricercare nelle profonde radici della cultura napoletana. Si può fare una riflessione etnoantropologica sulla stratificazione degli usi e costumi assorbiti durante le varie dominazioni avvicendatesi nei secoli passati oppure, semplicemente, perché è un connotato del popolo partenopeo che, abituato a vivere di estremizzazioni, si appresta a esorcizzare tutto il male dell’anno trascorso attraverso la catarsi resa possibile dal piacere conviviale della tavola.

Molte persone vedono il Natale sotto un’altra lente che non è quella religiosa, bensì una tramutazione del festeggiamento della natalità in un momento di aggregazione familiare e amicale; un giorno diverso dagli altri, più leggero e più lieto (ci credo, la gran parte delle persone sono sollevate perché nun se fatica). Zio Tizio viene dall’entroterra per trascorrere la giornata insieme, l’amico Caio rimpatria dall’estero dove sta andando avanti a botta di pane insipido e verdure imbustate e Sempronio non saprà fino all’ultimo giorno se riuscirà a liberarsi dal lavoro. Ma tutti, chi tardi e chi prima, faranno ritorno per sedersi alla fantomatica tavola con, rullo di tamburi… I Parenti!, perché nessuno vorrà mancare a questo importantissimo rituale che si svolgerà nella più totale anarchia programmata. Qui di seguito riporto un piccolo elenco dei tipici Parenti genuini che troverete matematicamente a ogni tavolo natalizio che si rispetti.

La cuciniera

Cito da fonte Treccani: cuciniere/a o gran cuoco, titolo di dignità in alcune corti del medioevo, e specialmente nella corte dei re di Francia. Ecco, in chiave napoletana il/la cuciniere/a è spesso incarnato dalla mamma o dalla nonna, nelle combo più micidiali anche da entrambe, pronta a cominciare a cucinare da un paio di giorni prima per un quantitativo di cibo che sfamerebbe una corte intera. Tra un antipasto di mare – che include tutti gli esemplari della popolazione dei pesci e dei molluschi del golfo di Napoli – e la tranche dei primi piatti, il tempo sembra dilatarsi proporzionalmente al vostro giro vita e se caso mai voleste alzarvi da tavola per una normalissima azione, anche andare in bagno, ci sarà una mano pronta a bloccarvi e un’altra a riempirvi il piatto. Dopo le prime dieci portate comincerete ad avere delle allucinazioni mistiche e malauguratamente vi uscisse dalla bocca che preferite fermarvi lì, la cuciniera visibilmente preoccupata si rivolgerà a voi chiedendovi «e come mai? Nun te sient’ bbuono?».

L’ubriaco

Ci sono due particolari categorie di ubriachi del tavolo natalizio: quello che ci arriva già e quello che lo diventa durante il pasto. Il primo durerà poco, molto poco: il tempo di mangiare qualcosa, di “autonarcotizzarsi” e verrà adagiato a dormire nel presepe al posto di Benino. Il secondo è una bomba a orologeria: comincia col mangiare sornione e dopo i primi bicchieri comincia a richiedere brindisi ogni cinque minuti, riempiendo calici persino agli astemi, e ad accompagnare ogni sua azione con risate grasse e pacche sulle spalle. Ogni risata diventa un sussulto per i cardiopatici del tavolo e dopo la diffusa allegria che provoca inizialmente, dopo un’ora diventa insopportabile quanto Bruno Vespa in preda alla libido da cronaca nera. Fin quando la moglie dell’avvinazzato perde la pazienza, gli spacca una bottiglia in testa e lo metterà a dormire di fianco all’altro Benino.

‘E criature

Che tavuliata natalizia sarebbe senza bambini che zompano, piangono e scassano (per decenza, non specifichiamo cosa)? Le rotture di scatole legate ai bambini sono dimensionate rispetto alle diverse fasce d’età: da 0 a 2 anni ci può andare bene se mangiano e dopo poco si addormentano, altrimenti manco il padreterno ci salverà dai contnui piagnistei; da 2 a 5 è un tripudio di allucchi, irrequietezza e dolci risate, quest’ultime sono l’unica cosa che vi alleggerirà il cuore e vi dissuaderà dal commettere un infanticidio; da 5 a 8 i criaturi sono oramai cresciuti e alfabetizzati, dimostrandolo con la lettura della poesia, l’incubo dei commensali e la gioia dei nonni pronti a sborsare prontamente una cinque euro*. Un pacchetto di sigarette in meno per il nonno, un tesoro dei pirati inestimabile per il criaturo.

*a seconda dell’estrazione sociale: in una famiglia normostipendiata, 5 euro sono più che sufficienti e se il bambino dovesse lamentarsi abbusca pure

L’affamato

Il Parente affamato è un guaio serio, un pericolo grosso da cui non potete scampare se seduto di fronte a voi oppure di fianco. È un tritatutto vivente, un macinacibo, un buco nero gastrico. Molto spesso le cuciniere sono le abili strateghe (giustamente pensano che ci sia un regimento da sfamare e si calano completamente nella parte militaresca) che decidono i posti a sedere collocando abilmente in punti distanti il/i Parente/i affamato/i, cercando di garantire l’equa distribuzione delle vivande al tavolo. Caso mai ci fossero problemi con le porzioni, non ci perderebbero nulla a preparare altre tonnellate di cibo. Quindi potete stare tranquilli. Se poi durante il pasto riceverete delle occhiatacce apparentemente senza motivo, il significato è uno solo: siete voi ‘o muort’ ‘e famme in questione.

Lo scapolo

Esistono due tipologie di zitelli/e: quelli che lo sono per scelta, quindi sciupafemmine o sciupauomini che si godono la vita, e quelli che purtroppo con l’altro sesso non hanno ciorta. Indipendentemente da quale categoria apparterrete, nessuno/a si salverà dagli sguardi dapprima maliziosi dei parenti, nella fattispecie quelle zie puntigliose e sfacciate, che poco dopo si concretizzano nel loro proverbiale «ma quann’ te spus’?» lasciando lo scapolo di sasso, a metà strada dal replicare con una risata o un franco «’a zi’, e tu quand’è che te faie ‘e fatt’ tuoi?».

rendere-magico-il-natale-dei-bambini christmas-wine i numeri della tombola

Lo schifiltoso

Eccolo qua, direttamente dagli studi di Master Chef arriva il fratello scemo di Cannavacciuolo (solo che questo non chiava paccheri, altrimenti Natale si trasformerebbe in tragedia). Questa figura è scomoda soprattutto per le cuciniere – che sentono la pressione del superamento della prova – e per i convitati più suscettibili, pronto a fare smorfiacce e a sciorinare tutti i suoi consigli, non richiesti, sul come e non come cucinare una pietanza. Esordisce sempre con un superbo «eh, ma secondo me…», come se i suoi pareri provenissero direttamente dall’Accademia Italiana della Cucina e fossero inopinabili.

Fortunatamente l’accademico viene prontamente messo a tacere, non tanto da cose dette quanto dall’indifferenza totale provocata dopo il secondo, massimo terzo, boccone di quello che arriva a tavola. E le cuciniere possono tirare un sospiro di sollievo.

Il benefattore

Questo personaggio è in realtà un jolly che si può pescare casualmente dal mazzo degli invitati. Se questo asso nella manica è buono, porterà regali ben voluti oppure si diletterà in una preparazione sofisticata e saporita di qualche piatto tipico delle feste (ancora meglio se sfornerà qualche gustoso dolce natalizio). Se invece sarà un jolly di merda, per proprietà transitiva, della stessa materia saranno le cose che porterà: sarà convinto di regalarvi le cose che avete sempre desiderato, soggiungendo un soddisfattissimo «lo sapevo che ti sarebbe piaciuto!» oppure è cacchio di portare qualche dolce immangiabile che dovrete assaggiare facendo pure fare la faccia bella (più falsa di quella preoccupata di Barbara D’Urso) commentando con un enfatico «buonissimo!».

L’emigrante

Questo poveruomo comincia, un mese prima, a depennare i giorni sul calendario che lo separano dal suo ritorno a casa, segnando in rosso non la data di Natale bensì il giorno della sua partenza. In qualsiasi forma fisica si presenti, poco importa perché agli occhi della cuciniera risulterà sempre «smunto e sciupato». L’emigrante ha il diritto di prelazione su tutto il cibo cucinato e su qualsiasi cosa venga servito a tavola, e qualora avanzasse qualche pietanza (cioè, sempre) acquisisce il diritto di ritirare dalle cucine il fatidico cartoccio, rimpinzato pure di un extra che la cuciniera si è ben guardata dal non mostrare ai lupi mannari al tavolo, aggiungendo un premuroso «chest’ te la porti quando riparti».

Il tombolaro

Il tombolaro è una delle massime cariche del tavolo natalizio e questa onorificenza viene conferita solo a chi ha accumulato diversi decenni d’esperienza. Il sommo scettro del panaro e il regale cartellone della tombola entrano in suo possesso alla fine del pasto, di qualunque durata esso sia (si stima una media di una giornata lavorativa), suggellando così le feste e raggiungendo il picco massimo del bordello natalizio. All’occorrenza può trasformarsi anche nel cartaro, sia per i giochi con le carte napoletane sia per l’intramontabile Mercante in fiera ed è in questo caso che sfoggerà le proprie doti di dialettica al pari di un principe del foro. Il tavolo diventerà un campo di battaglia, le persone strilleranno più dei criaturi, si agiteranno manco fossero al mercato per davvero: il tombolaro ha animato a dovere il tavolo natalizio e tutto procederà in autonomia, mentre lui sgranocchierà, appagato per il lavoro svolto, il centocinquantesimo pistacchio pescato dal cestino di frutta secca. Quella che le cuciniere hanno servito sulla tavola «per far digerire».

 

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