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Un tuffo nei segreti del Parco sommerso di Gaiola

Maggio è il mese che solitamente ci introduce alla stagione balneare. Dico «solitamente», dato che negli ultimi venti giorni si è passati dai bomberini alle maglie a mezze maniche almeno una decina di volte.

 Cchiù tiempo passa e cchiù mme n’allicordo,
fresca era ll’aria e la canzona doce…

recita il famoso estratto della celebre canzone Era de maggio, interpretata magistralmente da Roberto Murolo. Forse troppo fresca in questo periodo, ma il sole caldo e il richiamo del mare napoletano non possono più essere ignorati. Tra le meraviglie paesaggistiche che il golfo di Napoli offre, in un’insenatura a sud della città nel quartiere di Posillipo, durante il corso dei secoli si è modellato il Borgo di Marechiaro.

Foto di Salvatore Adelfi
Foto di Salvatore Adelfi

 

Proseguendo oltre, districandosi tra le strade alberate da pini secolari, si arriva a una traversina anonima – e sconosciuta ai turisti – che i napoletani percorrono da una vita intera: una straducola a sdrucciolo discende, zigzagando per il pendio del borgo, verso uno dei posti più incantevoli della città. Sì, stiamo parlando dello splendido Parco sommerso di Gaiola, l’area marina protetta che si sviluppa nella zona antistante alla costa di Posillipo.

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foto di Nico Musella

 

Il colpo d’occhio è immediato: una “piscina” naturale cristallina che si frappone tra la riva levigata dall’acqua del mare e un isolotto tufaceo detto, appunto, della Gaiola.

Sì, ma perché questo nome? Molti napoletani sostengono che derivi dal dialettale gaiola che significa gabbia, a metafora delle dimensioni e dello spazio concentrato in cui ci si ritrova una volta giunti sul posto. Ma, voci di popolo a parte, la denominazione deriverebbe dal termine galiola o galadella, un vascello che si diversificava dalle ben più grandi galee per la sua piattezza e le sue ridotte misure.

Dove la bellezza rapisce i sensi per le sue peculiarità vulcanologiche e archeologiche – a causa del lento sprofondare dovuto al bradisismo, sul fondale è possibile osservare il resto di porti, ninfei e peschiere –, la leggenda insinua una singolare diceria: la villa sull’isolotto porterebbe seccia (sfortuna)!

Sarà che il proprietario nel 1920, lo svizzero Hans Braun, morì in circostanze misteriose e fu ritrovato avvolto in un tappeto e poco dopo la moglie morì annegata; sarà che ai successivi proprietari non toccò una buonissima sorte, chi uscito pazzo in un manicomio e morto suicida, chi si ridusse sul lastrico nonostante grandi ricchezze; sarà che Gianni Agnelli volle acquistarla e i suoi familiari cominciarono a morire una volta sì e l’altra pure. Alla fine dell’ecatombe, la villa fu messa all’asta e divenne proprietà della Regione Campania (con buona pace – dell’anima – di tutti e con annessi scongiuri dei funzionari regionali).

Ma non preoccupatevi di questo, visto che la villa è l’ultima cosa a cui penserete quando giungerete al parco: il Centro di Studi Interdisciplinari la Gaiola, infatti, organizza visite guidate con battello a visione subacquea, itinerari snorkeling e diving (il tutto è consultabile sul sito).

E se pure tutto questo non vi interessa, l’unica cosa da fare è spogliarvi, tuffarvi in acqua e lasciarvi alle spalle maldicenze sul conto della Gaiola: per rilassarvi, nuotando nella “piscina” naturale più bella di Napoli.

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